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Paola Prinzivalli
Fano, Italie - italiana

Récits
Pensare a lui

Non riesco a fare a meno di pensare a lui. E non capisco come può ancora succedere. Dopo tutto quello che è accaduto. Dopo che si è dimostrato palesemente e senza ombra di dubbio che non gli interesso minimamente. Non perché è sposato. Non si è fatto nessuno scrupolo a sedurre quell'altra. Non potrò mai dimenticarmi quella cena aziendale: stavano per andarsene via insieme, era palese, era stato palese durante tutta la cena. Solo piccoli dettagli: come si riempivano il bicchiere l'uno con l'altra, come si sfidavano con gli occhi per vedere chi resisteva di più, come facevano finta di ignorarsi nelle conversazioni, pur rimanendo vigili a quello che l'altro diceva. Quella sera fu terribile scoprire, vedere confermati i sospetti. Ero in piedi, davanti a loro, troppo vicini per essere solo due colleghi che casualmente tornano a casa insieme. Lei con una luce trionfante negli occhi e lui che mi guardava come si guardano i cuccioli rinchiusi in una gabbia del canile. Mi facevano male i muscoli della faccia a furia di imbastire un sorriso che sembrasse sincero. Poi lui mi abbraccia e mi dà un bacio sulla testa. Io, per la sorpresa, resto rigida come una scopa. Fu umiliante.
Di tempo ne è trascorso parecchio. Si sono amati, si sono feriti, si sono lasciati. Io sono stata lì ad ascoltare entrambe: i loro sogni infranti, le loro recriminazioni. Sono stata consolatrice, ascoltatrice, accusatrice. E ancora, e ancora. Ora non lavoriamo più insieme, ognuno è andato per la sua strada. Tra loro, credo, non ci sono più contatti o, se ci sono, sono molto blandi. Prima del trasferimento di lei in un'altra città, sono riuscita a farli riconciliare un pochino, con un lento lavoro diplomatico si sono incontrati, parlati, salutati serenamente. Non so perché l'ho fatto. Non so perché ho ingoiato tutto e sono rimasta loro amica, lo sono anche adesso.
Ma lui eccita ancora le mie notti insonni. Recito la parte dell'amica di famiglia, mi confido con la moglie, faccio regali ai figli. Una presenza discreta durante cene allegre e spensierate. Una spalla a cui appoggiarsi. Rubo il suo odore quando lo abbraccio, godo del contatto casuale, del gesto d'affetto come una mano appoggiata sul braccio. Le immagini di baci appassionati e di carezze audaci affollano la mia mente. Sopporto i commenti sulla mia solitudine, faccio buon viso a cattivo gioco quando mi presentano qualcuno.
Dovrei smettere di frequentarlo. Dovrei tagliare di netto questo rapporto onirico. Ma lui, quando siamo soli, butta lì una frase che poi mi tormenta per giorni. Cosa voleva dire? Forse bisognerebbe creare un'occasione per... non ho il coraggio. La sua ambiguità mi lascia disarmata, sono consapevole che lui gioca con me, tira la corda quel tanto che basta a riaccendere tutti i pensieri più reconditi, più intimi. Io mi scopro sempre e lui si ritrae al momento giusto, lasciandomi svuotata, in preda dei dubbi. Lui si appaga, gode della mia ammirazione.
I mesi passano e con loro gli anni. Il mio oroglogio biologico ha suonato da parecchio, ma io non gli ho dato ascolto. Sono consapevole che la mia vita scorrerà lenta e vuota e resterò aggrappata a un sogno che non si avvererà mai.

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