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Donatella Atzori
Cagliari, Italie - Italiana

Essais
Le Fruttette di San Barbino ovvero L'orgoglio di un Re

[...] Dopo l’imprescindibile periodo di lutto, il nuovo re parlò alla popolazione annunciando un periodo di grande splendore per San Barbino: lui amava i sanbarbinesi come fosse stato uno di loro e avrebbe fatto per il suo regno il possibile, l’impossibile e anche qualche miracolo. Il tempo passò e come per tutte le cose nuove, la popolazione di San Barbino si abituò senza troppi problemi al nuovo sovrano.
Egli era allegro, sempre di umor faceto ed era insuperabile in battute di spirito e lazzi di ogni specie.
Tutto il regno era scosso dalle risa e commosso nel profondo del cuore per codesto Re che sembrava uno di loro.
Il sovrano, che si era autonominato Piergoffredo I Augusto, era un grande innovatore: intendeva dare a San Barbino una veste nuova e moderna, pertanto decise di essere diverso da tutti coloro che lo avevano preceduto e scelse i suoi ministri tra una rosa assai peculiare di candidati: questi furono infatti scelti tra i peggior criminali delle carceri di San Barbino, che in una sola notte si svuotarono.
Il Re aveva deciso di dare a tutti loro una grande possibilità, pensando che solo un cambiamento radicale nella vita di una persona avrebbe potuto fare di criminali incalliti, truffatori, assassini e corruttori della società, degli uomini integerrimi con una missione importante da svolgere.
Nelle carceri, invece, rinchiuse chi non pagava le piccole tasse perché era fortemente convinto della necessità di prevenire il male anziché curarlo in uno stadio avanzato, perciò rispettosi cittadini che per circostanze avverse erano stati colti senza biglietto del tram o avevano perduto per pura distrazione lo scontrino fiscale, si ritrovarono all’improvviso in gattabuia. E le carceri furono di nuovo piene.
Il Re era tenuto in grande considerazione e nessuno fiatò, tutti ritennero questi cambiamenti poco ortodossi ma vi si adeguarono senza troppi pensieri, pensando che un Re non era mica un Re per niente e doveva di certo avere le sue buone, Reali ragioni. Piergoffredo I Augusto cominciò con l’apportare poche ma fondamentali riforme.
Dato che i giovani e l’educazione occupavano il posto d'onore nel suo programma e soprattutto nel suo cuore, con un Promoveatur ut amoveatur, tutti i volumi della Reale Biblioteca di San Barbino, i libri nelle librerie, negli scaffali delle case sanbarbinesi, nelle edicole e persino quelli appoggiati sui davanzali delle finestre dei bagni, per la lettura occasionale durante l’espletamento di funzioni corporali, furono promossi. Da quel dì memorabile vennero insigniti del titolo di “Nobiletti”. Fu così che L’Orlando Innamorato e quello Furioso divennero due preziosi comodini, che il Barone Rampante diventò un delizioso poggiapiedi, il Fu Mattia Pascal un efficiente sottopentola e la Divina Commedia, con le belle illustrazioni di Gustave Dorè, uno splendido vassoio da tavola. Tutti i volumi della storia del mondo diventarono i gradini di una chiesa; gli atlanti, tettucci per le culle dei piccoli che osservavano con curiosità le strane forme colorate che oramai nessuno riconosceva più. Nessuno rammentava che oltre le mura del regno c’erano altri paesi, altri mari, monti e altri popoli. Solo i vecchi ne avevano un vago ricordo, ma è risaputo: i vecchi vaneggiano in preda a nostalgici ricordi e nessuno prestava loro molta attenzione. Grazie a questi provvidenziali accorgimenti il Re restituì a San Barbino la visione tolemaica del mondo, di cui Lui divenne il Fulgido Astro Lucente o per amor di brevità, Sua Maestà lo Splendido F.A.L. Le sue misure per la salvaguardia dell'Economia furono definite dai più quasi miracolose.
Dal Ministero della Cultura dispensò, prima di ogni cosa, la Letteratura che per la sua innegabile lunghezza e una costosa doppia t gravava maggiormente sulle casse del Regno. Le parole geografia e storia erano ormai obsolete e quasi del tutto cadute nell'oblio, licenziarle fu perciò rapido e indolore.
Solamente davanti alla Cultura il re titubò, tentennò ed infine cogitò. Si consultò con un gruppo di ministri fidati e fu stabilito che per la delicatezza della questione, questa dovesse essere discussa direttamente in conclave.
Il giorno successivo arrivò a palazzo un esercito di preti, cardinali e vescovi e il papa Longamanus CCXLVII in persona, arrivato direttamente dal suo SS, alias Santissimo Seggiolone, sulla sua SC alias Santissima Cadillac lunga quattordici metri per trasportare i quattordici puttini che sorreggevano la sua SS, alias Sacra Stola, altri quattordici che lo aiutavano a sollevare il SV alias Santissimo Vestitino e altri tredici che lo aiutavano a sollevare il SA e dai… Santissimo Augello per la SM, ebbene sì: Santissima Minzione.
Il suddetto conclave durò tre giorni e tre notti. Trepidanti cittadini attendevano con ansia il verdetto che avrebbe condannato o salvato la Cultura da tagli dolorosi ma ahimè, necessari. Il giorno tanto agognato arrivò e finalmente la fumata bianca annunciò che la decisione era stata presa. I cittadini sotto le mura del castello muti e assorti, attendevano con ansia crescente la sentenza. Il papa si affacciò alla finestra e annunciò che il verdetto era stato emesso, il Re in persona aveva risolto infine la delicatissima questione con una soluzione che pareva ispirata direttamente da Dio. Il Re si affacciò alla finestra visibilmente provato, fece un respiro profondo e annunciò che la Cultura era stata salvata e che avrebbe subito solo una leggera sfoltitura: quel giorno memorabile furono dispensate dal loro millenario incarico la t, la u, la erre e la a finché rimase solo il Cul, padrone incontrastato, a dominare la scena di tutto il Panorama Letterario di San Barbino. [...]

Estratto

La Riflessione
Davide Zedda Editore

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