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Giuseppina Arangino
Cagliari, Italie - Italiana

Récits
Sorres (estratto)

Finita l’ispezione guardò l’ora, pomeriggio inoltrato. Mancava qualche ora alla mungitura serale. Immaginò Teodoro ancora al lavoro. Era passato un po’ di tempo dal loro ultimo incontro ed erano anni che non andava a trovarlo in campagna. Chissà che faccia stupita avrebbe fatto. Richiusa accuratamente la rastrelliera uscì da casa tirandosi il portone alle spalle e salì in macchina dirigendosi verso il suo ovile.
La gran parte dei terreni di Teodoro si estendevano nella località Monte Piru, un’alta collina che si levava oltre l’altipiano su cui giaceva il paese. Era quindi uno degli ovili più lontani, tanto che, per tutto un lato confinava col territorio del paese vicino, lontanissimo a sua volta. Si sarebbe potuto definire, come gli ovili di montagna, isolato. Era, fra l’altro, molto grande. Innumerevoli ricordi la legavano a quel posto. Le lunghe giornate estive, proprio come quella, che avevano passato a esplorarlo mentre gli adulti si occupavano delle bestie. I boschetti di querce da sughero, gli ampi campi d’erba e cardi, i cespugli di mirto e nelle parti più alte i ginepri e i corbezzoli. I rovi carichi di more di fine agosto e l’emozione del fingersi archeologi di fronte al Nuraghe e alle domus de Janas nel terreno dei fichi. Le piscine naturali nella parte che il babbo di Teodoro chiamava su taulu in cui, più grandetti, avevano avuto l’incarico di portare il bestiame ad abbeverare. E su pinnetu, proprio quasi in cima a su monte, abbandonato da quando era stata costruita a valle la casa con le stalle, il porcile e il pollaio e che loro, ormai già ragazzi, avevano ristrutturato. Più che altro aggiustato una parte del tetto che era parzialmente crollato e sostituito parte delle fascine che, con l’andar del tempo, si erano troppo diradate. Poi, quanti spuntini ci avevano organizzato, arrostendo carne e bevendo vino. Facendo finta d’essere soli al mondo. Facendo finta d’essere i padroni. E una volta, dandosi arie da grandi pastori ci avevano persino dormito, non scendendo a valle né in paese per una settimana. Facendo i bisogni in campagna e andando a lavarsi a sa fonte che sorgeva fresca e cristallina in su taulu. I suoi nonni e i genitori di Teodoro avevano passato quei giorni a ridere sotto i baffi e a scommettere che non avrebbero resistito. Ma loro, testardi e orgogliosi, ci avevano passato tutta la settimana; prima di rientrare si erano lavati accuratamente in quell’acqua gelida e avevano pulito ben bene i vestiti, su pinnetu, le pentole. Avevano disperso la cenere avanzata de su foghile ed erano tornati negando con veemenza di avere la schiena a pezzi e di essere morti di sonno.
Trovò il cancello d’ingresso spalancato. Bene, Teodoro c’era. Sperò che fosse solo.
Risalì il sentiero guardandosi attorno. Teodoro l’aveva allargato e aveva ricoperto con della ghiaia le buche che ricordava dall’ultima volta. Aveva fatto costruire anche un basso muretto che costeggiava per un lungo tratto la strada, più a scopo ornamentale che altro. Arrivata nell’aia strombazzò e scese dalla macchina notando altri cambiamenti. La casa era stata ampliata e ridipinta. Un bel portico era comparso circondandola. Ai suoi lati la abbellivano delle aiuole. Tutto era stato intonacato di fresco.
Le stalle erano vuote. Tornò alla macchina e risuonò il clacson, poi si diresse oltre le stalle, verso il porcile. I maiali mangiavano, il cibo chiaramente messo lì da poco. Si guardò attorno. Ma dov’era finito Teodoro? Forse era andato a radunare le pecore. Guardò il sole. Ma no, era ancora troppo presto per farlo. Un alito di vento le portò un suono che attirò la sua attenzione. Tese l’orecchio tentando di risentirlo. Sembrava un motore. Un motore che faceva fatica a partire. Veniva dall’altra parte dei caseggiati. Ma certo, dove aveva la mungitrice! A grandi falcate riattraversò l’ovile andando verso una costruzione che sembrava l’ennesima stalla. Sì, si trattava di un motore che faceva i capricci. “Teodoro!” gridò approfittando di un momento di silenzio. “Teodoro, dove sei?”. Teodoro, sentitola, uscì fuori di corsa.
“Osso!1 Sognando sto?” e abbracciandola: “E tu? Cosa ci fai in paese?”. Poi scostandosi e guardandola: “Fatti vedere. Che bella che sei! Ma la lingua hai perso?”
“Fertu!”2 lo redarguì sorridendogli.
“No, no Teodò, è che come sempre mi travolgi!”
“Allora, come stai?”
“Bene, e tu?”
“Bene, bene. Stavo lottando col generatore che oggi fa i capricci e non ti ho sentito arrivare”.
“Allora è quello il motore che non parte”.
“Eja, colpa di quel bastardo di Piracotta” e allo sguardo interrogativo di lei aggiunse: “Con le porcherie che combina in quel suo distributore, nafta avariata mi deve aver venduto. Dall’ultimo pieno sempre problemi ho”.
“Ma davvero? Ci mette acqua? Perché se è così te ne dovresti accorgere”.
“Eh, è un furbo, ma se lo becco. Ajò che ti faccio un caffè”. E si diressero verso la casa.
“Che bello che sei venuta. Osso! È proprio una sorpresa questa! E come mai? Nostalgia?”
“Qualcosa del genere Teodò” annuì lei. “Avevo un paio di giorni liberi e ho pensato di venire un po’ qua su a sparare. Che è tanto che non lo faccio e mi è tornata la voglia”.
“E Brava!” approvò lui preparando la caffettiera. “Pensavo te ne fossi dimenticata. È un secolo che non vieni neanche più a caccia”.
“Lo sai Teodò che non ho più molto tempo. Poi è vero, chi meglio di te sa che sono anni che al massimo vengo solo a tirare due colpi ogni tanto”.
“Ed è un peccato lo sai, te lo dico sempre. Comunque hai fatto bene. Se vuoi sparare vieni qui. Puoi andare tranquillamente a su monte, lì non rompe le scatole nessuno e guarda, non si sa mai, è pieno di pernici!” “Ma Teodò, sei incorreggibile! Lo sai che non è tempo!”
“Eh, non è tempo, non è tempo! Son grasse grasse, sembrano galline e poi, te l’ho detto, moltissime sono. Ancora un po’ e vengono a mangiarmi il grano dal pollaio!” insistette Teodoro versando il caffè. “Vabbè, ho capito, niente pernici, solo pallottole sprecate. Pazienza. Stare in città ti ha intenerito il cuore”.
“Non dire scemenze!” si lamentò lei ridendo.
Finito di bere il caffè Teodoro la invitò a restare. “Dai, visto che ci sei aspettami, un paio d’ore e ho finito. Poi torniamo in paese, io mi faccio bello bello e andiamo a mangiarci una pizza”. Poi, dato che lei lo guardava sorridendo ma senza rispondere: “Non vorrai fare storie? Per una volta che vieni! Dai, non sei curiosa di rivedere l’azienda? Dai che ci facciamo due chiacchiere!”
“Ma certo” lo tranquillizzò lei. “Quando mai mi perdo quest’occasione, uscire con un così bel fusto!”
“Non prendermi in giro! Non prendermi in giro Nenné! Non prendermi in giro se no ti mordo!” la minacciò lui serissimo. L’uso del suo nomignolo infantile e della minaccia massima che si facevano da bambini la fece ridere.
Per molti, moltissimi versi era a casa. Una casa da cui non era mai uscita o, per meglio dire, una casa che non era mai uscita da lei.

1 Accidenti!
2. Stupido!

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